Omicidio Dee Dee Blanchard: rilasciata dal carcere Gypsy Rose Blanchard

Gypsy Rose Blanchard, divenuta tristemente nota in tutto il mondo nel 2015, dopo che quest’ultima riuscì a convincere Nicholas Godejohn, all’epoca dei fatti suo fidanzato conosciuto online, ad uccidere sua madre, Clauddine “Dee Dee” Blanchard, dopo che lei l’aveva costretta a fingere per anni di soffrire di leucemia, distrofia muscolare e altre gravi malattie, è stata rilasciata dal carcere giovedì 28 dicembre.
Gypsy Rose Blanchard è stata rilasciata all’inizio della giornata di ieri dal Chillicothe Correctional Cente: le è stata concessa la libertà condizionale dopo aver scontato l’85% della sua pena originale. Ella infatti è stata condannata, a seguito di patteggiamento, per omicidio di secondo grado alla pena di dieci anni di reclusione.
La storia estremamente peculiare di Gypsy Rose Blanchard ha attirato non solo la curiosità del mondo intero, ma ha persino saputo ispirare nell’opinione pubblica sentimenti di compassione e simpatia, una volta venuta a galla l’incredibile vicenda che l’ha vista tristemente protagonista.

Gypsy: matricida o “vera” vittima?
Clauddine “Dee Dee” Blanchard rimase incinta a ventiquattro anni di suo marito Rod Blanchard, appena diciassettenne, il quale decise di interrompere la relazione con Dee Dee poco prima della nascita di Gypsy, nel 1991.
Fin da quando Gypsy era appena una neonata, Dee Dee si dimostrò una madre fortemente apprensiva ed ansiosa. Si convinse che la piccola soffrisse di apnee notturne e trascorse diverse notti in ospedale, pretendendo che la figlia venisse sottoposta a tutti i controlli diagnostici necessari. Tuttavia, quando ogni test risultò negativo, Dee Dee si convinse che i medici si sbagliassero e che sua figlia soffrisse di un qualche disturbo non meglio identificato.
Fu la prima di una lunga serie di malattie immaginarie che Dee Dee diagnosticò alla propria figlia.
Dee Dee non permetteva a nessuno di stare con la piccola, neppure a Rod, il padre. Doveva vegliare su Gypsy ogni ora di ogni giorno e man mano che la figlia cresceva, il suo atteggiamento morboso nei confronti di Gypsy peggiorava.
Prima ancora che Gypsy compisse 6 anni, Dee Dee si era convinta, e aveva cercato di persuadere diversi medici, che la figlia soffrisse di convulsioni e che avesse un disturbo agli occhi per il quale avrebbe dovuto sottoporsi ad una operazione chirurgica.
Quando Gypsy raggiunse gli 8 anni di età, si procurò una lieve contusione al ginocchio, a seguito di un piccolo incidente, ma sua madre le disse che avrebbe avuto bisogno di diverse operazioni per poter, forse, tornare a camminare e che, per questo, avrebbe dovuto trascorrere anni su una sedia a rotelle, al fine di affaticare ulteriormente il ginocchio asseritamente lesionato.
A dieci anni, Gypsy era costretta su una sedia a rotelle, indossando occhiali da vista di cui non aveva alcun bisogno e costretta a vivere ogni giorno solo ed esclusivamente con sua madre, che le impediva di andare a scuola e di frequentare qualunque altro essere umano, compreso suo padre ed i suoi parenti. La vita di Gypsy era un’infinita sequenza di visite mediche per le malattie che negli anni sua madre le aveva diagnosticato: distrofia muscolare, leucemia, asma, problemi di vista e di udito, nonché un disturbo ai cromosomi.
Dee Dee continuava ad ingannare la figlia ed ogni medico con cui entrasse in contatto prima, semplicemente cambiando più ospedali e professionisti possibile, poi, dopo il 2005, arricchì di dettagli la propria storia, asserendo che tutte le cartelle cliniche e tutta la documentazione medica di Gypsy fosse andata perduta nell’uragano Katrina.
Dee Dee creò una storia drammatica che raccontò strenuamente fino al giorno della sua morte. Sempre la stessa a medici, vicini di casa e persino in televisione: era una madre single disperata, costretta da sola a prendersi cura di una figlia terribilmente malata. Figlia la cui età sembrava diminuire di anno in anno, proprio come nel famoso film Il Curioso Caso di Benjamin Button: forse per muovere ancor più in compassione le ignare vittime delle proprie bugie, Dee Dee cambiò più volte il certificato di nascita di Gypsy, così da poter raccontare che sua figlia fosse sempre più giovane rispetto alla sua vera età, persino una bambina, mentre la ragazza era ormai un’adolescente.
Così, la dolce ragazzina così gravemente malata e la madre amorevole, pronta a tutto pur di starle accanto ed accudirla, ricevettero la simpatia ed i frutti della commozione di un’intera comunità, che non si esimette dal donare alla sfortunata coppia denaro, viaggi e altri beni. Nel 2007 Gypsy vinse persino un premio da parte di una fondazione benefica che si occupa dei diritti delle persone costrette a nutrirsi con un tubo di alimentazione.
Il tubo di alimentazione, così come la rasatura dei capelli e la bombola di ossigeno erano tutti “accessori”, “strumenti di scena” che Gypsy portava diligentemente con sé, ignara che fossero nient’altro che un artifizio pensato ad arte da Dee Dee per far sì che nessuno potesse mai dimenticare quanto malata fosse la sua adorata figliola.
La stessa figlia che legava al letto con delle manette quando le disubbidiva. La stessa figlia che ha dovuto vedere sua madre martellare un computer, l’unico contatto diretto con il mondo esterno che avesse davvero. La stessa figlia che venne minacciata con quello stesso martello.

L’omicidio ed il coinvolgimento di Nicholas Godejohn
Nel 2010 Gypsy trovò per caso una copia del proprio certificato di nascita originale. 1991 era la data scritta chiaramente sul documento e questa fu la prima delle tante bugie di Dee Dee ad andare in frantumi: Gypsy non era una ragazzina, era legalmente una donna adulta. Fu il soffio che fece crollare il castello di carte. Lentamente e faticosamente, in quegli anni Gypsy comprese che sua madre era una persona ben diversa dall’immagine di protettrice e devota caregiver che per anni quest’ultima aveva minuziosamente costruito, bensì una carceriera, una donna malata che aveva commesso ogni più deprecabile azione al fine di tenere in vita la truffa, l’illusione che, di fatto, era la vita di Gypsy. Lei non era malata. Quelli che prendeva prima di andare dal dentista non erano farmaci per farle provare meno dolore, ad esempio, ma uno stratagemma per simulare un problema grave di salivazione. Sua madre non le rasava i capelli per prevenirne la caduta a causa di un tumore. Lei, come scoprirà solo successivamente, proprio nel processo per l’omicidio della madre, non aveva alcun tumore. Lei non ha mai sofferto di asma, quella bombola ad ossigeno non le era mai servita. Quella sonda con cui sua madre la costringeva a nutrirsi non le era necessaria. Più il tempo passava, più Gypsy comprendeva la terribile verità: lei non aveva mai avuto alcun problema di salute, anzi. Era sempre stata sanissima.
Lei non era una gracile, cagionevole bambina da accudire e proteggere. Era una giovane donna a cui era stata rubata una vita intera da una madre deviata. Una volta che la consapevolezza prese il posto delle bugie, Gypsy dovette trovare una “via di fuga”, un modo per sfuggire al controllo di sua madre e le sue menzogne. Di sua madre che le impediva di avere amici, di andare a scuola, di frequentare ragazzi. Che le teneva costantemente la mano in presenza di terzi, per stringerla troppo forte se Gypsy avesse fatto intendere di non essere molto malata e sofferente. Che le rasava i capelli. Che le dava costantemente farmaci che non solo non le servivano, ma a volte la facevano persino stare male. Le menzogne di una donna che aveva ingannato il mondo intero.
Nel 2012, Gypsy entrò in contatto con un uomo, Nicholas Godejohn ed in lui, Gypsy vide la sua unica speranza di liberarsi dal giogo di Dee Dee.
Nicholas Godejohn era indubbiamente il candidato perfetto per il ruolo che Gypsy sperava di fargli ricoprire nella storia della sua vita: diversi precedenti ed un disturbo dissociativo dell’identità. Ben presto i due iniziarono una relazione a distanza, esclusivamente online e Nicholas finì con diventare ossessionato da Gypsy. In un’intervista del 2019, anni dopo la loro separazione avvenuta durante il processo, Godejohn affermò di aver saputo fin da subito che lui e Gypsy fossero “anime gemelle”, che gli anni in cui si frequentarono online fossero stati “i migliori della propria vita” e, infine, che fosse sinceramente convinto che lui e Gypsy si sarebbero sposati e avrebbero messo su famiglia.
Non si fa certo fatica a comprendere come un soggetto psicologicamente compromesso e con un passato di violenza si fece convincere facilmente a porre fine agli abusi patiti dalla sua amata Gypsy, estirpando il problema alla radice. Tanto che, ad oggi, mentre Gypsy si dice profondamente pentita di quanto ha finito col vedersi costretta a commettere, affermando che all’epoca non avesse gli strumenti necessari per ricavarsi un’altra via di salvezza dalla propria madre carceriera se non quello dell’omicidio, Godejohn non mostra alcun rimorso in merito all’accaduto, anzi, continua a comportarsi come se ciò che ha fatto fosse stato assolutamente necessario, eroico persino: “volevo assicurarmi che sua madre non le facesse più del male. Me ne sono assicurato” ha ribadito nella più recente intervista che abbia rilasciato.
Nel giugno del 2015, difatti, Nicholas Godejohn venne fatto entrare di nascosto in casa da Gypsy, la quale aveva già preparato dei guanti, del nastro adesivo ed un coltello: tutto ciò che potesse servirgli per portare a termine il loro piano. Gypsy si chiuse in bagno, coprendosi le orecchie ed aspettò che Nicholas facesse il resto.
L’uomo pugnalò Dee Dee nel sonno, uccidendola e ponendo fine, una volta per tutte, agli abusi perpetrati ai danni di Gypsy.

Dee Dee: vittima o carnefice?
Quello di Dee Dee Blanchard è probabilmente il caso più noto e più eclatante di Sindrome di Münchhausen per Procura che si sia visto, quantomeno, nell’ultimo decennio. Di certo è, per quanto è noto, l’unico che si sia concluso con l’omicidio dell’abusante per mano dell’abusato.
La Sindrome di Münchhausen per Procura è una peculiare ed alquanto rara malattia psichiatrica che prende il nome dall’omonimo barone tedesco vissuto nel XVIII secolo, famoso per la sua spasmodica tendenza a raccontare gesta inventate ed assai inverosimili, con il solo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui. Si tratta di una malattia mentale in cui un soggetto definito caregiver (colui che si occupa di un soggetto più debole, solitamente un minore, un anziano o un soggetto portatore di handicap), al fine di attirare su di sé, non semplicemente l’attenzione, ma la compassione e la benevolenza altrui, finge che una persona affidata alle sue cure sia malata. Comunemente, è una condizione psichiatrica che interessa il genitore, pertanto il caregiver, ove nei casi meno gravi, egli riferisce sintomi inesistenti in relazione a malattie immaginarie del proprio figlio, ma nei casi più gravi arriva addirittura a provocare egli stesso un danno al bambino, facendogli assumere sostanze, ad esempio, in modo tale che egli abbia effettivamente un problema di salute o quantomeno appaia malato a terzi inconsapevoli.
La persona affetta da sindrome di Münchhausen per procura presenta delle caratteristiche ricorrenti. Si tratta generalmente di donne, le quali spesso hanno vissuto un’infanzia in contesti problematici, ad esempio, a causa di una scarsa attenzione e cura da parte dei genitori; talvolta hanno un trascorso di problemi psichiatrici o di dipendenze da sostanze stupefacenti o da alcool. Inoltre, il caregiver affetto da tale Sindrome tende a reagire sempre in maniera estremamente composta di fronte all’apparente malattia del figlio, cogliendo ogni minima occasione, o creandola, per trascinare la propria prole in ospedale o studi privati al fine di sottoporla alle più disparate terapie ed accertamenti.
Quando il personale sanitario non dà credito o mette in dubbio la veridicità dei sintomi o la storia clinica riferita, il genitore reagisce in maniera ostile, solitamente interrompendo bruscamente il rapporto con il medico o con l’equipe che ha in cura il figlio e conducendolo in un altro ospedale o da un diverso specialista, ricominciando da capo la propria storia, adducendo sempre nuovi sintomi ed accampando scuse sulla scarsità di risultati di esami che confermino quanto asserito dal caregiver stesso.
Altro elemento tipico di chi soffre di questa sindrome è quello di dipingere il quadro clinico del proprio figlio come il più difficile e sofferente possibile. Non è solo una storia di malattia, quella che creano per sé stessi, ma una sorta di dramma epico che possa dipingerli agli occhi di parenti, conoscenti e persino del pubblico, come eroi. Questi genitori sfortunati di figli altrettanto sfortunati, che affrontano una terribile malattia con tanta dignità e fiducia, spesso diventano personaggi pubblici, perché l’attenzione da parte di un pubblico sempre più grande, è ciò che patologicamente agognano. Ma non un pubblico qualsiasi, bensì un pubblico che li acclami come martiri, come simboli di virtù. Come genitori modello.
Il profilo si attaglia perfettamente sulla figura di Dee Dee Blanchard e forse, proprio per questo, dal 2015 ad oggi si è osservata una drastica inversione di rotta rispetto ai sentimenti dell’opinione pubblica nei suoi confronti. Da madre modello, oggetto delle simpatie e del rispetto della società americana, ora viene dipinta come una sorta di mostro, una donna malata e violenta che ha portato la propria figlia all’omicidio, pur di liberarsi da una vita di abusi. E Gypsy? Ora è lei quella guardata con sincera compassione, pietà persino. Ma soprattutto, perdono. Poco importa che nel mondo diversi autori si dicano sconcertati dall’eccessivo numero di interviste che la giovane donna ha concesso negli anni. Poco importa se in molti si chiedano se Gypsy non abbia imparato da sua madre la nobile arte della manipolazione, la stessa che ha usato nel 2015 per convincere un uomo ad uccidere per lei. Nulla di questo importa perché oggi la scarcerazione di Gypsy viene accolta sul web e sui social media come un giorno di gioia e di giustizia. Nulla di questo importa, forse, perché nessuno vuole chiedersi come abbia fatto Dee Dee ad ingannare il mondo per ben ventiquattro anni; nessuno vuole chiedersi perché Rod non abbia combattuto per sua figlia, nessuno vuole chiedersi perché la vicina di casa, l’asserita unica amica di Gypsy non abbia mai sospettato di nulla. Quello che importa davvero alla società americana è che “it’s in the ether now, and we want to capitalize on it.”1 E così nel 2017 esce il documentario prodotto da HBO, nel 2018 quello prodotto da Jesse Vile, nel 2019 esce The Act, una serie tv ispirata ai fatti e James Patterson ha collaborato ad una miniserie con un episodio dedicato al caso; infine, una nuova docuserie prodotta da Lifetime è in uscita a breve.
Ma se tutti devono lucrare su ventiquattro anni di abusi e su un omicidio, che almeno sia la stessa Gypsy a farlo. Il 09 gennaio 2024 uscirà la sua biografia, dal titolo “Released: Conversations on the Eve of Freedom” che ad oggi, prima ancora che sia disponibile al pubblico, è già al primo posto nella classifica delle biografie su Amazon.usa
- Vd. https://eu.news-leader.com/story/news/local/ozarks/2018/01/22/agreeing-all-those-interviews-gypsy-blanchard-just-doing-what-her-mother-taught-her/1054059001/.
Fonti Immagini
https://globalnews.ca/wp-content/uploads/2023/09/MicrosoftTeams-image-223.png?w=1200