Criminologia

Universo giovani: dal male minore al “male al minore”

Un gioco di parole per indicare un fenomeno di rilevanza nazionale (e non solo) che ha attirato l’attenzione, a volte anche in maniera eccessiva, dei media e che nulla ha a che fare col gioco perché è spesso causa di epiloghi decisamente preoccupanti e affatto divertenti.

Telegiornali e programmi televisivi riportano ormai con una certa frequenza notizie di violenza tra minori, eventi più comunemente noti sotto il nome di “bullismo”. Non mi dilungherò sull’etimologia della parola, sul suo significato più intrinseco, vorrei invece riflettere su due dinamiche sociali che apparentemente non hanno nulla a che fare con questo argomento, ma che a mio avviso andrebbero necessariamente approfonditi, perché fortemente correlati ad esso, come già espresso nel mio saggio La Cinica Insensibile e la Generazione Z. Manuale di orientamento per genitori spaesati.

Mi riferisco a due concetti in particolare, che costituiscono un paradosso di cui mi pregio la paternità intellettuale:

  • l’infantilizzazione dell’adulto;
  • l’adultizzazione del minore.

Prima di entrare nel merito, devo necessariamente fare delle premesse sui alcuni concetti, così da sgomberare il campo da eventuali dubbi:

a) i fenomeni sociali, o la Società con la esse maiuscola come tanti tuttologi amano definirla, ha una sua entità di base, un nucleo centrale di riferimento, ovvero, l’Uomo. La Società non è astratta, è sicuramente più della somma degli individui che la compongono e da questi non può prescindere. Cosa voglio dire? In parole privi di tecnicismi: se della Società si vuole capire qualcosa è dagli elementi costituenti che si deve partire, per poi estendere l’approfondimento agli organismi che di essa fanno parte, fino ad arrivare alle numerose, in quantità e tipologia qualitativa, relazioni che tra essi e in essa si instaurano. Il rapporto Società-Uomo-Società è biunivoco, continuo ed in perenne evoluzione. È un rapporto circolare assolutamente dinamico e mai immobile, che per questo richiede attenzione, studio, approfondimento e monitoraggio continuo e costante.

b) Chi sono gli educatori? L’educatore è la figura preposta all’educazione, per capirne la natura va però, come amo dire, contestualizzata. Ovvero: a casa, in famiglia, la funzione educativa è espletata dall’educatore-genitore (o preferibilmente dalla coppia genitoriale), a scuola dall’educatore-insegnante, e così via a seconda dei contesti nei quali il minore viene a formarsi lungo il continuum della sua crescita psico-fisica a 360 gradi.

Sarebbe il caso di adoperare il condizionale nell’ultima affermazione, in quanto sempre meno queste funzioni vengono espletate dalla figura preposta, ma demandate in un gioco di rimbalzo (di responsabilità e ambito di competenza) con l’inevitabile dispersione dell’efficacia e l’allontanamento di tutti dal raggiungimento dell’obiettivo che è, e rimane, la formazione civica e sociale, educativa e didattica del minore.

Da un punto di vista sociologico non possiamo trascurare l’evoluzione che la famiglia, istituzione primaria per eccellenza, ha subito negli ultimi 40-50 anni, basti pensare ai cambiamenti legislativi, come il divorzio, l’aborto o il diritto di famiglia in genere tanto per avere un’idea, e non in ultimo per importanza, l’acceso dibattito dell’utero in affitto o dell’affido/adozione di bambini a coppie omosessuali. L’adeguamento normativo è quindi specchio e indicatore dell’evoluzione sociale.

c) La Legge deve intervenire ogni qualvolta ci sia, ci siano o si presuppone ci possano essere danni alla Persona. Ogni volta che il bene-persona viene violato, con fatti e\o parole, ci si può difendere con i mezzi leciti a disposizione, contrastando ogni abuso o tentativo di abuso. Anche qui ci sarebbe molto da dire in merito ai nuovi reati riconosciuti come tali e connessi all’evoluzione tecnologica, nello specifico la divulgazione non autorizzata della propria immagine (reato di Revenge Porn), o ancora all’ampia schiera di leoni da tastiera noti come haters che inneggiano l’odio verso qualcuno per i più svariati motivi.

Un caso emblematico è quello del Tribunale di Palermo che in data 27 giugno 2007 ha emesso una sentenza relativa al caso di un’insegnante denunciata perchè ha chiesto al bullo di scrivere 100 volte “sono un deficiente”. Venne assolta. Parliamone.

Emergono due fattori: primo l’evento in sé che denota una “marachella” tale da richiedere una punizione, secondo la denuncia contro l’insegnante per la punizione inferta.

Per quanto riguarda il primo punto direi che se l’insegnante, (senza entrare nel merito dei termini utilizzati all’interno della frase scritta) che ha tra i suoi compiti non solo quello di insegnare la materia di cui è titolare di cattedra, ma anche quello di educare nel senso proprio del termine, in primis al rispetto, ha ritenuto opportuno far pesare l’errore all’alunno con la punizione sopra descritta, ha esattamente messo in pratica quanto i  numerosi manuali della pedagogia e psicologia annoverano sotto il nome di educazione secondo il sistema “premi e punizioni”, e quanto il buon senso riconosce confacente al suo ruolo. Questa considerazione è stata ben articolata nella sentenza: non si poteva lasciare impunito l’alunno che della mancata punizione non solo ne avrebbe fatto un vanto, ma avrebbe creato un precedente tale da indurre gli altri a pensare erroneamente che tutto è possibile, facendola franca.

Per quanto concerne il secondo punto, la famiglia altro non avrebbe dovuto fare che chiedere un colloquio col docente, col Preside dell’Istituto e chiarire la situazione, compatti di fronte al comportamento sbagliato del ragazzo.

Invece, e qui risulta interessante approfondire, assistiamo ad una famiglia che difende ad oltranza e nell’errore il figlio, non volendo comprendere l’entità reale e simbolica dell’atto punitivo, per non parlare dei risvolti personali sull’insegnante e sulla classe docente in genere defraudata moralmente dello strumento teorico di punizione. (A questo punto i docenti cosa dovrebbero fare?).

Questo episodio rappresenta e chiarisce il concetto dell’infantilizzazione dell’adulto, che ho in apertura citato come elemento costitutivo nel fenomeno del bullismo.

Il genitore dell’alunno di questo caso non si assume le responsabilità che discendono dal suo ruolo, bensì raggira il tutto in maniera da far risultare il figlio come vittima e non come carnefice, tanto da denunciare il docente. È proprio questo che intendo quando parlo di “adulto infantilizzato”: un adulto che non vuole crescere, perché crescere significa responsabilità e fatica, un genitore che vuole essere amico e commette il primo fatidico errore comportandosi come tale, un “grande” che vuole essere “piccolo”, che non accetta l’evoluzione del tempo, che limita il figlio alla crescita (psico-sociale s’intende) per evitare a sua volta la sua crescita personale. L’inevitabile ed inesorabile avanzamento dell’età biologica, non sempre corrisponde con la maturità del soggetto e questo è tautologico.

Un genitore immaturo, getta le basi per fare del proprio figlio un soggetto a rischio, incapace di accettare anch’egli che esistano le negazioni, o le punizioni, più semplicemente le regole.

Ma in un tempo come il nostro, nel quale assistiamo ad uscite dalla scuola elementare, e sottolineo elementare, di bambini di 8-9 anni con telefonini ultima generazione, sembra davvero difficile poter parlare di sgridate, punizioni e privazioni, che risultano obsolete e appartenenti ad un’epoca arcaica. Si è perso il senso del tempo in relazione al ruolo del soggetto. A mio avviso, il ruolo è l’elemento fondamentale dal quale derivano diritti e doveri, e soprattutto regole e norme.

I confini tra il lecito e l’illecito sono labili così come quelli tra adulto e bambino, ma esistono. Un recupero delle distinzioni che la massificazione ha comportato è necessario per definire gli ambiti nei quali muoversi e gli spazi di appartenenza di ognuno. Se le linee di demarcazione diventano sempre più sottili si corre il rischio, come succede, di “scavalcare” questa linea ideale, sconfinando in ambiti impropri.

Schiacciando la propria età adulta verso il basso, verso l’età infantile e alzando quella del figlio verso l’età adulta, ci si pone quasi allo stesso livello, allora è facile che l’adulto giochi a fare il bambino…e che il bambino giochi a fare l’adulto.

Basti pensare agli status symbol di cui il mondo infantile si appropria dal mondo adulto – adultizzazione del minore, chiara conseguenza del punto precedente. Non può essere una scelta del figlio “non fare il figlio” e paradossalmente autopunirsi, o autovietarsi determinate e precoci conquiste, ma del genitore.

Non voglio alzare un vespaio contro nessuno, ma non si può negare che il troppo stroppia, ognuno educa ed è libero di educare i propri figli nella maniera che ritiene più opportuna anche e soprattutto alla luce dell’inclinazione naturale del proprio figlio, ma concorderete con me che alcune cose sono universalmente corrette ed altre sbagliate.

Questa breve analisi vuole essere solo lo spunto per riflettere sul tema del bullismo e su come due elementi apparentemente distanti dal tema principale, in realtà, possano aiutare a comprendere le motivazioni sociali e criminologiche di un fenomeno tanto di “moda” e purtroppo in crescente ascesa, essendone elementi costitutivi.

Ribadisco l’importanza del concetto di ruolo, di norma, di regola, di “NO” che fanno parte del mondo reale.

Dare ad un bambino tutto ciò che vuole, vuol dire creare un adulto difficilmente adattabile alla realtà circostante, poiché nulla è scontato è nulla viene “per grazia ricevuta”.

I “NO” genitoriali nell’infanzia corrispondono al sistema legislativo basato sulle regole nel mondo adulto. La mancata interiorizzazione delle regole generiche alla base della buona educazione, comportano inevitabilmente una pessima (o nulla) accettazione della legge, e della norma in genere.

Se realmente si vuole affrontare questa problematica sociale in maniera diversa, non solo bisognerebbe seguirla adeguatamente da un punto di vista normativo, che a mio avviso dovrebbe diventare più “austero” nei confronti dei furbi, o di coloro che si ritengono tali, ma anche intervenire concretamente a più livelli nelle istituzioni e in tutti i settori che hanno a che fare con l’universo giovanile, cercando prima di tutto il recupero del concetto di educazione, erroneamente confuso e soppiantato da quello di modernità.

Il mestiere di genitore si impara sul campo ed è difficile, ma quello di adulto si snoda lungo il percorso della vita e ci prepara a quello di genitore. Massificare un bambino per paura che dalla massa possa sentirsi escluso è il male minore che molti adulti scelgono per sé e per i propri figli, ma è quello con gli effetti più dannosi. Comprare un bene diffuso o di marca al proprio figlio, perché lo hanno tutti è la risposta più frequentemente data dai genitori, ma opporsi a questo modello (dis-)educativo può essere utile per far capire al figlio che non si può avere tutto e subito a disposizione, ciò significherebbe educarlo all’insegna della meritocrazia e della conquista, e rafforzarlo nella valorizzazione della propria diversità a partire dai canoni estetici e di vestiario in genere, per questo la scelta del “male minore” può essere la causa e la concausa del “male al minore”.

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