Delitto di Garlasco, l’indagine verso la conclusione: quale verità dietro il circo mediatico?

Pavia. Un anno fa ha preso avvio la nuova indagine sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, che vede indagato come sospetto responsabile in concorso, Andrea Sempio, amico di Marco, il fratello della vittima. Nel frattempo, Alberto Stasi, fidanzato della vittima e condannato anni fa come responsabile del delitto, ha quasi ultimato di scontare la pena inflittagli.
A quanto riportato dagli organi di stampa, entro novanta giorni la Procura della Repubblica di Pavia procederà a chiudere formalmente l’inchiesta, formulando una richiesta di rinvio a giudizio dell’attuale indagato o chiedendo l’archiviazione del procedimento.
Circo mediatico
Ci piacerebbe che fosse finalmente giunto il momento del Diritto. Del raziocinio, dei fatti, del rigore analitico, della pacatezza, dell’onestà intellettuale, dopo mesi di imperversante circo mediatico, di scontri televisivi e telematici tra opposti fanatismi, di esibizioni autoreferenziali.
Un circo assordante, dilagante e incontenibile che, pur di alimentare se stesso a oltranza, non esita a calpestare tutto e tutti. Che, in nome dell’audience, sottopone quotidianamente a processo un indagato e un condannato in via definitiva. Che muove accuse al di fuori delle sedi deputate. Che formula diagnosi cliniche senza i richiesti esami. Che elargisce pareri su problematiche criminologiche e criminalistiche improvvisando competenze che richiedono anni di studio e di pratica. Si reiterano congetture, illazioni, insinuazioni su chiunque risulti a viario titolo coinvolto nella vicenda. Si evocano fantasmi. Si raccontano sogni e incubi. Si riesumano ricordi. Si riaprono ferite.
Si giustifica tutto questo invocando il diritto di cronaca. Senza avvedersi che i principi di verità, correttezza e continenza prescritti dalla deontologia giornalistica (e dalla semplice sensibilità individuale) sono stati oltrepassati e calpestati da un pezzo. Prevale un diritto di cronaca richiamato cinicamente e ipocritamente per legittimare qualunque eccesso, qualunque arbitrio, qualunque ingerenza della vita degli altri. Non è vero giornalismo. Non è ricerca, non è propositivo confronto tra tesi opposte. Le consapevolezze giuridiche e le competenze professionali risultano spesso talmente ridotte da non permettere di distinguere tra autentico lavoro giornalistico (che, come tale, non può e non deve riservare riguardi a nessuno, meno che mai a chi pretende di beneficiare di trattamenti di favore) e la prassi di accusare apertamente e arbitrariamente qualcuno elevata a modus operandi, a protocollo operativo.
Cronaca, gossip e inchiesta giornalistica
Da marzo 2025 stiamo assistendo dunque a un fenomeno socio-mediatico complesso. A un giornalismo che, in certi casi, segue correttamente l’inchiesta giudiziaria (cronaca) e che, in altri, ne “crea” ad arte presunti sviluppi, per poter trarre tutto il profitto possibile dalle interminabili discussioni televisive che ne scaturiscono (gossip giudiziario). Molto più di rado, non solo su giornali e tv ma anche su YouTube, si registrano contributi tesi ad affiancarsi all’indagine giudiziaria stessa, a valutarne le risultanze, a proporre scenari ulteriori, per quanto possibile basati sull’esame condiviso dei documenti investigativi disponibili (inchiesta giornalistica).
Cronaca e gossip giudiziario operano a ritmo frenetico e vengono declinati – il secondo, in particolare – attraverso precisi e ricorrenti stilemi espressivi all’insegna dell’iperbole e della spettacolarizzazione. Si parla di “svolte clamorose”, di “supertestimoni”, di “testimonianze shock”, di “analisi tecniche che cambiano tutto”, etc. Presunti colpi di scena pressoché quotidiani, imbastiti ricorrendo non di rado a notizie già diffuse in precedenza, recuperate, rielaborate, ripresentate al pubblico come sviluppi inediti e, come tali, nuovamente discussi e valutati. È possibile che, nella foga, la cronaca e l’inchiesta giornalistica scivolino nel gossip giudiziario; improbabile, d’altra parte, che la cronaca e il gossip giudiziario si elevino al rango dell’inchiesta giornalistica.
Concorso in omicidio
Al di là della confusione, della cacofonia, della babele di urla e strepiti, di insulti, di attacchi incrociati, di querele minacciate e proposte, cosa sappiamo dell’indagine condotta dalla Procura, degli elementi effettivamente raccolti, degli scenari davvero presi in esame? Molto poco, ci sembra. E, intendiamoci, è giusto che sia così. È tutto il resto – tutto ciò che esula dall’indagine giudiziaria, dall’autentica inchiesta giornalistica, dalla cronaca onesta e puntuale – a risultare vistosamente e gravemente fuori luogo. In attesa che gli inquirenti pervengano a una determinazione circa gli esiti di quanto finora espletato, non possiamo che cercare di fare il punto su alcuni aspetti del caso. Senza prefigurare una soluzione, senza palesare convincimenti particolari.
Un aspetto, tra i tanti, ci ha colpito fin da subito: il fatto che l’indagine riguardi un’ipotesi di reato commesso “in concorso”, implicando che, nello scenario investigativo ipotizzato, insieme al formalmente indagato, possano aver agito persone che, a quanto risulta ai lettori-spettatori, non sarebbero attualmente sottoposte a indagine. Chi? Certo non riteniamo che la Procura abbia lasciato, per così dire, uno spazio bianco nel disegno accusatorio, suscettibile o meno di riempirsi a seconda delle evoluzioni dell’inchiesta; tendiamo a ritenere che la scelta di avviare un’inchiesta per concorso in omicidio nasca da elementi (potenzialmente) concreti, abbia ben presente la persona o le persone (potenzialmente) coinvolte e il fatto di non averle finora menzionate in termini espliciti rientri in una precisa linea operativa. Ipotesi romanzesca: che, all’inizio, l’indagine si sia ufficialmente focalizzata su una persona in particolare per non mettere in allarme qualcun altro e scongiurare l’eventualità di paventate contromosse idonee a compromettere l’indagine stessa? Quasi una strategia scacchistica, insomma, per avere il tempo di acquisire elementi su qualcuno non ancora espressamente all’attenzione degli investigatori? Ripetiamo: si tratta di un’ipotesi romanzesca, nata per compensare l’assenza di dati effettivi, idonei a consentire una valutazione più realistica.
La consulenza informatica
In ogni caso, prima di pervenire a definitive determinazioni, la Procura attende il deposito della consulenza informatica sui computer di Alberto Stasi (già oggetto, negli anni, di non pochi accertamenti) e di Chiara Poggi (il cui contenuto potrebbe rivelarsi decisamente utile per chiarire più di un aspetto del delitto), affidata a Paolo Del Checco.
È possibile, a quanto si legge, che la relazione sarà disponibile nelle prossime settimane. Per il momento, specialmente su Internet, vi è chi propone dettagliate analisi del contenuto del pc della vittima, passando in rassegna e tentando di interpretare materiali che sembrano provenire dall’indagine originaria.
Fenomeni cadaverici e ora del delitto
Nei giorni scorsi, la trasmissione Mattino Cinque ha mostrato per la prima volta la relazione del medico del 118 che, recatosi presso l’abitazione dei Poggi il giorno del delitto, ha effettuato il primo esame sul cadavere di Chiara. Precisamente, i sanitari sono giunti in loco alle 14,11 del 13 agosto 2007, in seguito alla telefonata di Alberto Stasi che aveva segnalato la presenza del corpo della sua fidanzata in fondo alle scale che conducono alla tavernetta.
Nel documento della dottoressa di Emergenza Territoriale intervenuta, si legge: “Sono scesa lungo la scala cercando di non intaccare le tracce di sangue presenti, ho superato il corpo della ragazza, ho rilevato l’assenza di polso carotideo sinistro, quindi, esaminando visivamente il cadavere senza muoverlo dalla posizione nel quale era stato da me rinvenuto, intuito la presenza di una vasta ferita del cuoio capelluto, stante l’abbondanza di liquido ematico fuoriuscito che aveva anche intriso i capelli, oltre alla probabile presenza di un trauma cranico e del rachide cervicale, data l’anomala postura del collo, notavo un ematoma orbitale destro.”
Ancora: “Non constatavo invece la presenza di rigor mortis o di macchie ipostatiche né di traumi visibili al dorso e agli arti inferiori.”
Per comprendere adeguatamente le implicazioni di quest’ultimo passaggio, ricorriamo all’ausilio di un manuale di medicina legale. Nella relazione si fa riferimento a rigor mortis (rigidità cadaverica) e macchie ipostatiche (o livor mortis), due processi modificativi del cadavere ricompresi tra i cosiddetti fenomeni cadaverici iniziali, insieme al raffreddamento (o frigor mortis). A proposito del rigor mortis, la letteratura specialistica ci dice: “Mentre subito dopo il decesso i muscoli perdono tono e si rilasciano completamente, in capo a qualche (3-4) ore essi cominciano ad irrigidirsi ed il cadavere appare tutto di un pezzo […].”[1]
Fenomeno, comunque, “non duraturo né irreversibile, perché, all’incirca dopo 36-48 ore dalla morte la rigidità comincia a risolversi in modo progressivo.”[2] I tempi di tale processo risentono, ci dice la letteratura, di fattori intrinseci ed estrinseci. Tra questi ultimi, “che favoriscono l’evoluzione di tale elemento, va ricordata, in particolare, la temperatura dell’ambiente: quando questa è elevata, la rigidità insorge e si risolve rapidamente; persiste invece a lungo se il cadavere è mantenuto al freddo.”[3]
Le macchie ipostatiche, altro fenomeno menzionato nella richiamata relazione di primo intervento, vengono così descritte dalla trattatistica: “Con il cessare dell’attività circolatoria il sangue contenuto nei vasi rimane assoggettato alla legge di gravità, sicché defluisce verso i punti più declivi (e cioè bassi) del cadavere. Mentre, così, le parti elevate del medesimo impallidiscono, sulla cute di quelli declivi compaiono chiazze di colorito rosso-vinoso […].”[4] Anche tali processi “si manifestano generalmente 3-4 ore dal decesso, e raggiungono la loro massima diffusione dopo 15-18 ore.”[5]
Secondo la sentenza che ha condannato Alberto Stasi, la morte di Chiara si dovrebbe collocare tra le 9,12 (ora in cui risulta essere stato disinserito il sistema di allarme di casa Poggi) e le 9,35 (ora in cui risulta che Stasi abbia riacceso il computer per lavorare alla tesi di laurea). Se, in sede esame cadaverico condotto alle 14,11, non risultano formati, nemmeno nelle loro fasi inziali, né il rigor mortis né le macchie ipostatiche – che, come abbiamo visto, emergono dopo due o tre ore dalla morte – sembrerebbe doversi escludere che l’omicidio sia avvenuto nella predetta fascia oraria. Lo stesso potrebbe forse più plausibilmente collocarsi – come peraltro originariamente ipotizzato dai medici legali – tra le 10,30 e le 12, con una “centratura” verso le 11. Né il fatto che il decesso sia avvenuto in un giorno e in un ambiente particolarmente caldi, varrebbe ad allungare i tempi di insorgenza dei predetti fenomeni tanatologici. Abbiamo visto, anzi, che una temperatura elevata rende più rapida la comparsa e il venir meno della rigidità cadaverica.
Trovata l’arma del delitto?
Un altro elemento mai finora chiarito della dinamica del delitto è l’arma utilizzata dall’aggressore. Recentemente, l’avvocato Liborio Cataliotti, che assiste l’indagato con la collega Angela Taccia, ha annunciato che, in esito alle indagini difensive compiute, questa sarebbe stata identificata.
Uno dei consulenti di parte, l’ex poliziotto e criminalista Armando Palmegiani, ha spiegato gli accertamenti effettuati: “Abbiamo ricostruito la testa di Chiara Poggi con le ferite dell’omicidio per fare le analisi sull’arma del delitto”, ha dichiarato a Fanpage. “Non posso svelare quale secondo noi sia l’arma usata nell’omicidio dopo i nostri risultati, ma sicuramente posso dire che è compatibile con tutti i tagli trovati sulla testa della ragazza durante l’autopsia.”
“Abbiamo lavorato con il metodo della prototipazione avvalendoci di altissimi specialisti, che permette di ricostruire anche i tessuti molli”, ha aggiunto. “Abbiamo ricostruito la ‘nostra’ dinamica dell’aggressione.”
L’incognita del movente
Ci chiediamo se, nell’impianto accusatorio cui sta lavorando la Procura, sia stato possibile individuare un ipotetico movente del delitto, tema che sembra idoneo a dar vita a serrati dibattiti e persino agguerrite polemiche. A livello giornalistico, sembra suscitare perdurante interesse, talvolta mascherato da perplessa condiscendenza, la tesi “complottista” dell’avvocato Massimo Lovati, già legale di Andrea Sempio, secondo cui “la Poggi, presumibilmente, a seguito degli studi che faceva, degli approfondimenti letterari che faceva […], aveva trovato dei documenti e dei filmati dal circuito mondiale pedopornografico, che è forse l’affare più ricco del secolo, batte anche la droga. Sappiamo benissimo, col caso di Epstein, soprattutto negli Stati Uniti, cosa significa. Parliamo d filmati che costano un occhio della testa, per i cultori, per gli associati, per i clavizzati.”
Così Lovati, nel corso di una recente puntata di Mattino Cinque. “Parlo di video dove Chiara ha riconosciuto dei personaggi veri, esistenti, non degli attori pornografici, video veri, torture, uccisioni, pedopornografia. Sto parlando di cose di questo genere, non di film a luci rosse, che sono tutt’altro. Lei ha riconosciuto delle persone vere”, ha aggiunto.
Un fenomeno radicato
Uno scenario di certo inquietante che ovviamente, al di là delle legittime congetture, non siamo in grado di riscontrare in modo diretto. Certo, le valutazioni di Lovati si inscrivono in una realtà drammaticamente diffusa anche nel nostro Paese. Le cifre del Report 2024 sulla pedofilia on line, proposto dall’Associazione Meter ETS, anche sulla base dei dati dell’Osservatorio mondiale contro la pedofilia (Osmocop) sono allarmanti: oltre 2 milioni di video (+220% rispetto al 2023), quasi due milioni di foto e 410 gruppi segnalati sui social network. Destano particolare preoccupazione le app criptate, divenute “lo strumento per eccellenza dei pedofili”[6], tra cui Signal. Solo nel 2024, Meter ha individuato su questa applicazione 336 gruppi, 13 dei quali riconducibili al fenomeno “Pedomama”, che identifica l’abuso sessuale perpetrato da donne, soprattutto madri, nei confronti dei figli. Il citato rapporto pone in evidenza che America ed Europa restano i principali centri di diffusione di materiale pedopornografico online. Sono stati individuati 4.977 link ospitati su server americani e 1.475 su server europei, confermando la diffusione di tale fenomeno nei continenti più ricchi e tecnologicamente avanzati. In crescita la domanda di materiale pedopornografico relativo alla fascia di età 8-12 anni, con 1.589.332 minori fotografati e 1.678.478 ripresi in video. Aumentano in modo preoccupante gli abusi su neonati – alcuni documentati addirittura nelle sale parto e nei fasciatoi ospedalieri – per un totale di 2.400 segnalazioni di materiale prodotto e diffuso.
Notevole l’impegno che le forze dell’ordine profondono per contrastare il fenomeno della pedofilia on line nel nostro Paese. All’inizio di febbraio 2026, i media hanno dato conto degli sviluppi di un’indagine avviata dalla Procura di Milano. Nel computer di uno degli arrestati, la polizia ha rivenuto oltre ventinovemila files a connotazione pedofila. Video e immagini scabrose con bambini anche molto piccoli, di soli due anni, costretti a fare sesso con adulti e talvolta ripresi insieme ad animali. Svelata, nell’inchiesta, una “vera e propria industria di abusi sessuali online nei confronti di bambini.” Violenze che avvenivano “materialmente nei Paesi del sudest asiatico, tra cui Vietnam e Thailandia, con la complicità di alcune famiglie” e poi “venivano trasmesse su chat in live streaming” e i clienti italiani “pagavano per vederle in diretta”, come spiegato in conferenza stampa dai magistrati che coordinano l’inchiesta e dal direttore del Servizio polizia postale e per la sicurezza cibernetica.[7]
L’ipotesi sopra prospettata da Lovati risulterebbe dunque ben ancorata a un fenomeno fin troppo strutturato e radicato. L’inchiesta in corso potrà forse stabilire se problematiche del genere costituiscano o meno il sottotesto del delitto di Garlasco.
Il fatto non sussiste
Lo spettro della pedopornografia del resto aleggia da sempre sulla vicenda fin dall’inizio. E questo ci riporta a quanto considerato all’inizio di questo articolo circa la gogna mediatica che accompagna l’inchiesta. Con particolare riferimento, in questo caso, ad Alberto Stasi e al procedimento per detenzione di materiale pedopornografico cui è stato sottoposto anni fa e in esito al quale è stato assolto in via definitiva. In questi mesi il tema si è spesso riproposto e il modo in cui certi giornali e certi opinionisti lo hanno affrontato non ha contribuito a fare chiarezza in merito.
In sintesi, con sentenza del 5 marzo 2014, la Terza sezione penale della Corte di cassazione ha annullato senza rinvio la precedente condanna per il delitto di cui all’art. 600 quater c.p. (detenzione e accesso a materiale pedopornografico). La condanna annullata riguardava alcuni filmati pedopornografici, provenienti da un download e presenti in frammenti di files, memorizzati nella parte non accessibile del computer, che i periti avevano recuperato solo grazie all’impiego di strumenti informatici particolarmente sofisticati, di cui certo l’imputato non avrebbe potuto disporre. La Cassazione: “Non vi è prova, come detto, di come quei frammenti di file siano pervenuti nel computer. Né che lo Stasi li abbia visionati. E nemmeno che dai nomi dei frammenti di file emergesse il loro contenuto pedopornografico. E nemmeno che sia mai stata utilizzata una stringa di ricerca, ben individuata, tesa a ricercare quel tipo di contenuto. La circostanza che lo Stasi detenesse nella parte accessibile, così come in quella non accessibile, del computer migliaia di immagini e file a contenuto pornografico, in quanto tali leciti, tutti classificati e catalogati, depone, peraltro, ancor più per la detenzione inconsapevole di quei frammenti di file di cui all’imputazione. S’impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.”
È inoltre di questi giorni la notizia della nomina, da parte di Stasi, dell’avvocata Elisabetta Aldrovandi, con l’incarico di tutelarlo proprio nei casi di diffamazione online ai suoi danni. “Da quando ho ufficializzato il mio incarico, ho ricevuto centinaia di segnalazioni di post, video e dichiarazioni diffamatorie”, ha dichiarato Aldrovandi. Segnalazioni giunte anche da utenti che, pur non prendendo una netta posizione sul caso, ritengono eccessive certe affermazioni circolate online. Sembra che molti dei commenti diffamatori nei confronti di Stasi provengano da profili falsi, su cui la polizia postale sta già indagando per individuarne gli autori. A quanto leggiamo su Gente, contenuti lesivi sarebbero stati pubblicati anche da figure note nell’ambito dei media. “Il compito è delicato”, ha concluso l’avvocata Aldrovandi, “perché riguarda la difesa della dignità di una persona, indipendentemente dalla condanna penale. Nessuno può essere sottoposto alla gogna mediatica.”
[1] G. Iadecola, Medicina legale per l’attività di polizia giudiziaria, Laurus Robuffo, Roma, 2001, p. 156.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, p. 154.
[5] Ibidem.
[6] https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/pedofilia-online-report-meter-triplicati-i-video/ (consultato il 18 marzo 2026).
[7] https://corrieredeltrentino.corriere.it/notizie/cronaca/26_febbraio_03/pedofilia-online-l-impiegato-ammette-svelata-un-industria-di-abusi-online-868c0ff1-9029-414e-b5e5-380185157xlk.shtml (consultato il 18 marzo 2026).