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“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, il giallo “assoluto” di Carlo Emilio Gadda

Recentemente riproposto in libreria Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda (edizioni Adelphi, collana “Gli Adelphi”).

Pubblicato per la prima volta, a puntate, nel 1946 sulla rivista “Letteratura”, fondata e diretta da Alessandro Bonsanti, il romanzo conobbe la consacrazione solo undici anni dopo, nel 1957, quando l’editore Livio Garzanti propose a Gadda di pubblicarlo in volume.

Il successo fu immediato e lo scrittore milanese, fino a quel momento conosciuto solo da una ristretta cerchia di critici, divenne famoso presso il grande pubblico.

Il romanzo si ispira al caso dell’omicidio di due donne per mano di una ex domestica, consumatosi in un condominio della Capitale. Tra la prima versione a puntate e quella definitiva vi sono alcune differenze, delle varianti nel testo e una diversa articolazione dei capitoli, tesa ad accrescere la tensione narrativa. Gadda promise anche un seguito della vicenda, ma poi abbandonò l’idea. In un’intervista, dichiarò che “l’opera è letterariamente conclusa.”

La trama del romanzo è nota. Roma, febbraio 1927, anno V dell’era fascista. In uno stabile di via Merulana, conosciuto come il “Palazzo degli Ori”, in cui vivono ricchi esponenti della borghesia e qualche aristocratico, un finto operaio si introduce in casa della contessa Menegazzi e si appropria di denaro e gioielli.

L’indagine sulla rapina viene affidata al commissario Francesco Ingravallo, detto “Don Ciccio”, trentacinque anni, molisano. Ricostruendo la dinamica dell’evento, il commissario accerta che lo sconosciuto rapinatore aveva un complice. Pochi, in ogni caso, gli elementi su cui indagare: unico indizio, un biglietto del tram, caduto di tasca al ladro nella concitazione della rapina e della fuga. I sospetti si focalizzano su un giovane con una sciarpa verde.

Tre giorni dopo, nell’appartamento di fronte a quello della contessa rapinata, avviene un omicidio. Vittima, Liliana Balducci, uccisa con un profondo taglio alla gola. L’efferato delitto colpisce molto Ingravallo, che conosceva la donna e ne era affascinato. Nel condurre l’inchiesta, Don Ciccio è affiancato dal commissario Fiumi e dal brigadiere Pestalozzi.

Primo sospettato, il cugino della vittima, il dottor Giuliano Valdarena, che ha scoperto il cadavere di Liliana e chiamato la polizia. Il rinvenimento, in casa sua, di un gioiello della morta e di contanti sembrano inizialmente avvalorare i sospetti. Dall’interrogatorio dell’uomo emerge che Liliana era ossessionata dall’impossibilità di avere figli. E che, per compensare la frustrazione che ciò ingenerava in lei, si circondava di cameriere e nipoti acquisite, che ospitava in casa per brevi periodi.

Liliana avrebbe desiderato avere un figlio proprio da Valdarena ma, pur sempre innamorata del marito Remo, si era astenuta dall’intrecciare una relazione con il cugino. Al quale aveva peraltro donato un gioiello e dei soldi proprio in occasione del suo matrimonio. Valdarena viene dunque scagionato.

Il confessore della Balducci, don Corpi, dà lettura del testamento e l’attenzione degli investigatori si concentra sulle domestiche e sulle “nipoti” della donna assassinata. Riemerge anche la figura del giovane con la sciarpa verde, ipoteticamente responsabile del furto commesso tre giorni prima dell’omicidio. Le indagini si spostano a Marino, a sud di Roma e si concentrano, tra l’altro, su Zamira Pàcori, una fattucchiera e sarta, che ha appunto ritinto la sciarpa.

I gioielli della contessa Menegazzi vengono ritrovati in un casello ferroviario e, tramite interrogatorio, si identifica il giovane dalla sciarpa verde, che però, alla fine del romanzo, resta da rintracciare.

Un’opera singolare, in cui il personaggio di Ingravallo, che sembra riflettere il punto di vista dell’Autore, si affanna a cercare di mettere ordine in una vicenda intricata e caotica, recepita in una struttura narrativa profondamente disgregata. La mescolanza tra le situazioni, i personaggi e i loro linguaggi, dà vita a un vivace e suggestivo plurilinguismo e ad un originale intreccio tra contesti popolari e borghesi.

Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino indica il testo come esempio della vocazione alla molteplicità propria dei romanzi moderni. Intrico di vicende e linguaggi, a suggerire l’indistricabilità stessa del reale, la sua inconoscibilità, la sua indecifrabilità. Non a caso, a differenza di quanto accade abitualmente in un romanzo poliziesco, l’indagine proposta da Gadda si conclude prima di giungere a una piena e compiuta soluzione.

“Sosteneva, fra l’altro”, scrive Gadda a proposito della visione della vita di Ingravallo, “che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.”

“Il più assoluto ‘giallo’ che sia mai stato scritto”, così Leonardo Sciascia sul Pasticciaccio, “un ‘giallo’ senza soluzione, un pasticciaccio.” Un’opera appunto letterariamente compiuta proprio nella sua incompiutezza.

Dal romanzo, nel 1959, è stato tratto il film Un maledetto imbroglio, diretto e interpretato da Pietro Germi e, nel 1983, una miniserie televisiva diretta da Piero Schivazappa, con Flavio Bucci nel ruolo del commissario Ingravallo. La vicenda del “Palazzo degli Ori” è approdata anche a teatro, con un adattamento curato, nel 1996, da Luca Ronconi, che si distingue per l’estrema fedeltà all’opera letteraria.


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