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Mostro di Firenze, l’uomo misterioso del dossier dei carabinieri ha finalmente un nome?

Nell’estate del 2022 si è insistentemente parlato di un nuovo, promettente sviluppo nella lunga, complessa, tormentata indagine sui delitti del Mostro di Firenze. La soluzione giudiziaria, infatti, continua a destare, in molti studiosi del caso (criminologi, giornalisti, ma anche persone che hanno avuto un ruolo attivo nell’inchiesta, nel corso dei decenni) non poche perplessità.

L’ipotesi dei compagni di merende responsabili degli atroci duplici omicidi, commissionati da una non meglio identificata setta esoterica al fine di prelevare parti anatomiche femminili da impiegare in altrettanto indefiniti rituali occulti non risulta, secondo taluni, credibile e sufficientemente comprovata. È stato osservato che le dichiarazioni su cui l’assunto si fonda e i soggetti che le hanno rilasciate appaiono idonei a giustificare perplessità e riserve. Pure, lo scenario dei compagni di merende e del cosiddetto “secondo livello” è quello, per così dire, istituzionale, recepito in pronunce giudiziarie ormai sottratte agli ordinari mezzi di impugnazione. In ogni caso, le zone d’ombra permangono insistenti, le ipotesi alternative abbondano e in molti continuino a interessarsi al Mostro, nonché a dibatterne, talvolta con toni persino fin troppo accesi e virulenti.

L’uomo del dossier dei carabinieri

Lo scorso anno, come accennato, è stato comprensibilmente riservato molto risalto mediatico a uno sviluppo investigativo prospettato dagli avvocati delle famiglie di alcune delle vittime. Si trattava, più precisamente, del recupero di una pista percorsa dai carabinieri negli anni Ottanta e di cui in seguito non si era saputo più nulla. All’epoca, gli investigatori avevano riservato attenzione a un soggetto coinvolto, a metà degli anni Sessanta, nel furto in un’armeria di Borgo San Lorenzo nonché denunciato, nello stesso periodo, per delitti contro la “libertà sessuale”.

Questo individuo, a quanto riportavano i giornali lo scorso anno, sarebbe stato persino “contiguo con gli ambienti giudiziari” fiorentini negli anni dei delitti e delle inchieste. E, su di lui, sembra che fosse stato imbastito persino un dossier.

È lui il “Rosso del Mugello”?

Esperti del caso hanno ipotizzato che lo sconosciuto potesse essere il cosiddetto “Rosso del Mugello”, figura anch’essa evanescente, avvistata da vari testimoni, in particolare, a ridosso del duplice omicidio del 29 luglio 1984 (vittime, Pia Rontini e Claudio Stefanacci) e, forse, protagonista di un singolare episodio immediatamente successivo al delitto del 7 settembre 1985 (vittime, Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili), quando – come scoperto dal giornalista Mario Spezi – avrebbe dato un passaggio a una studentessa, parlandole di un particolare dell’ultimo duplice omicidio ancora sottaciuto dai giornali. Un soggetto, il “Rosso del Mugello”, descritto come alto, robusto, con il viso pieno e i capelli radi, biondo-rossicci, vestito in modo formale. Certo, l’ipotesi che questi e l’uomo del dossier dei carabinieri fossero la stessa persona è parsa subito suggestiva e meritevole di essere vagliata.

Caccia al nome

Il nome dell’uomo del dossier ha quindi costituito oggetto di varie congetture, qualche “mostrologo” si diceva al corrente della sua identità, per aver avuto fugace accesso alle carte che lo riguardavano e manteneva gelosamente il segreto. Tra agosto e settembre 2022, ho scritto alcuni articoli su questo sviluppo della vicenda per i giornali con cui collaboro. E, continuando le ricerche sul caso, mi è giunta qualche voce proprio su quello che avrebbe potuto essere il nome in questione che, ovviamente, ho considerato con ogni cautela.

Mesi dopo, su un sito specializzato in tema – che condivide interessanti materiali sui delitti del Mostro e sugli sviluppi giudiziari che ne sono scaturiti – è comparsa della documentazione che riguardava un soggetto con il medesimo nome, espressamente menzionato, che avevo sentito anch’io. Forse, l’uomo del dossier dei carabinieri. Il sito cita, in particolare:

1) il furto avvenuto, nella notte del 5 febbraio 1965, all’armeria Guidotti di Borgo San Lorenzo, nel corso del quale sarebbero state rubate quattro pistole. Gli investigatori avrebbero rintracciato, tra Firenze e Brescia, quattro persone ritenute responsabili del furto e recuperato tre delle armi trafugate. Nessuna traccia della quarta, una Beretta .22, Long Rifle, serie 70, modello 75 (la tipologia di arma, lo sappiamo, impiegata dal Mostro). Una nota informativa dei Carabinieri datata 16 ottobre 1984 (vedi infra) farebbe riferimento a tale pistola, mettendola appunto potenzialmente in correlazione con il predetto soggetto;

2) un atto di denuncia dell’Arma dei Carabinieri (protocollo 52/297-1), depositato il 2 giugno 1966, alle ore 19,20 dall’ufficiale di P.G. Maggiore Sebastiano Anzà della Stazione dei Carabinieri di Firenze (Legione Carabinieri Toscana) nei confronti di qualcuno con lo stesso nome, per “atti contro la libertà sessuale”;

3) la predetta nota informativa dei Carabinieri del 16 ottobre 1984, in cui si fa riferimento alla Beretta .22 rubata il 5 febbraio 1965 e si dice che, da alcune indagini espletate, il soggetto in questione (“di età 46 anni, residente fino alla metà degli anni 60 nel Mugello, trasferito poi a Firenze”) viene indicato come il possibile possessore dell’arma e che quest’ultima potrebbe essere stata impiegata nei delitti del Mostro;

4) una nota di P.G. del 21 giugno 1985 in cui si dà conto che, in seguito alla nota informativa del 16 ottobre 1984, il soggetto in questione è stato sottoposto a perquisizione e ha rilasciato una testimonianza. A quanto riporta il sito che condivide la documentazione, nella circostanza sarebbe stata recuperata e sequestrata una pistola che, sottoposta a verifiche, non è risultata essere quella rubata nel 1965, né l’arma impiegata dal Mostro di Firenze nei suoi delitti.

Quali sviluppi possibili

Dunque? In prima battuta, sull’onda dell’interesse suscitato da questi documenti e prendendo per buono questo scenario, si è indotti a chiedersi se sia davvero lui l’uomo a cui ha fatto riferimento la difesa dei familiari di alcune delle vittime dell’omicida e su cui si auspicano ulteriori accertamenti. Qualcuno sostiene che sarebbe deceduto all’inizio del 2009, ma la prudenza è d’obbligo. In ogni caso, si potrebbero effettuare esami genetico-forensi per porre a confronto il suo Dna con quello di “Uomo sconosciuto 1” (la traccia genetica recuperata sulla scena del delitto del 1985) e di “Reperto 80” (il materiale genetico presente sulle buste contenenti le minacce inviate ai tre magistrati titolari dell’inchiesta, subito dopo il medesimo delitto). A quanto sembra, un confronto del genere con le tracce presenti su una delle buste non ha avuto finora riscontro positivo rispetto a Pietro Pacciani, Francesco Narducci, Giampiero Vigilanti, Francesco Caccamo, Salvatore Vinci, Rolf Reinecke e altri soggetti in varie epoche ed a vario titolo coinvolti nell’inchiesta. Dunque, una nuova prospettiva di indagine, forse promettente? Molti ne sembrano persuasi.

Nel 1966 i carabinieri usavano il fax?

Poi, però, lo sguardo ritorna alla richiamata documentazione dei carabinieri. E si constata che si tratta di immagini sfocate, appena leggibili. Perché? Qualcuno, cui ho proposto questo rilievo, ha osservato che, prima di essere condivisi, i documenti potrebbero essere stati “trattati” per renderli meno riconoscibili. Ipotesi che non sembra del tutto convincente. E, in ogni caso, un particolare balza agli occhi: il fatto che un verbale di ratifica di denuncia-querela del 2 giugno 1966 e una nota informativa del 16 ottobre 1984 siano anacronisticamente redatti con quelli che con ogni evidenza risultano i caratteri in grassetto “Times New Roman” di un programma di videoscrittura, anziché – come ci si potrebbe aspettare – con quelli di una usurata macchina da scrivere. Singolare. Anche perché, nell’intestazione dell’atto del 1966, viene curiosamente riportato il numero di fax (sic!) della “Legione Carabinieri Toscana – Stazione di Firenze”. A parte l’ovvia, scontata considerazione che, nel 1966, il fax non rientrava ancora tra le modalità di comunicazione più diffuse e che sarebbe stato introdotto nei nostri uffici solo molti anni dopo, l’intestazione stessa si segnala per il fatto di non indicare a quale Stazione dei Carabinieri, tra le numerose presenti nel capoluogo toscano, si riferisca. Poi, lo scritto dà conto del fatto che il maggiore Anzà deposita “in atto di denunzia dell’Arma dei carabinieri un composto da Pag. 3+allegati nei confronti di … per reati contro la liberà sessuale.” Dopo “ un composto”, le parole “Pag. 3+allegati, etc.” non risultano allineate con il testo della riga, ma posizionate leggermente più in basso, quasi si trattasse di un “montaggio” non del tutto riuscito.

Il CoCeR indaga?

Consideriamo ora brevemente la nota informativa del 1984. L’intestazione recita: “Consiglio Centrale di Rappresentanza, Sezione Carabinieri”. Dicitura riportata anche in calce, accanto alla firma dell’estensore dell’atto, sotto forma di sigla: “Co.Ce.R. Carabinieri”. Qualche ricerca mi permette di accertare che, in generale, la Rappresentanza Militare è un istituto giuridico interno alle forze armate, previsto dalla legge 11 luglio 1978, n. 382, la cui finalità è quella di tutelare il personale appartenente alle forze armate in alcuni, limitati ambiti previsti dalla legge. Più nei dettagli, il Consiglio Centrale di Rappresentanza è un organo appunto centrale, a carattere nazionale e interforze, articolato in sezioni e commissioni, che rappresenta unitariamente il personale dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, dei carabinieri, della guardia di finanza e della guardia costiera. Suo precipuo compito, la formulazione di pareri, di proposte e di richieste su tutte le materie che costituiscono oggetto di norme legislative o regolamentari circa la condizione, il trattamento, la tutela di natura giuridica, economica, previdenziale, sanitaria, culturale e morale dei militari. A titolo di esempio, la Rappresentanza Militare può ricevere istanze relative alla conservazione dei posti di lavoro, alla qualificazione professionale, alle provvidenze a seguito a infortuni e infermità, ad attività assistenziali, culturali e ricreative, alla promozione sociale a favore dei militari, all’organizzazione delle sale convegno e mense, alle condizioni igienico sanitarie, agli alloggi, etc.

Sembrerebbe trattarsi di una struttura non direttamente preposta all’espletamento di attività investigativa e, dunque, risulta curioso che da un organismo del genere provenga un’informativa riconducibile all’indagine sul furto di un’arma da fuoco potenzialmente correlata, oltretutto, con i delitti del Mostro di Firenze.

Il mistero continua

Tutti elementi, questi, che potrebbero suscitare qualche comprensibile perplessità sui documenti in questione, anche relativamente allo scenario investigativo a essi correlato. Il sito che li ha condivisi ha dato conto di materiale che gira tra i “mostrologi”, ma si tratta proprio di atti che provengono dal dossier riservato di cui parlano gli avvocati dei parenti delle vittime, riferendosi agli auspicati, nuovi sviluppi dell’inchiesta sui delitti? E il nome reso noto è davvero quello dell’uomo che sembra sia stato oggetto di indagine negli anni Ottanta? Sarebbe interessante ripercorrere il cammino dei documenti che abbiamo menzionato, cercare di risalire al momento in cui sono stati messi in circolo nella comunità degli appassionati del caso. I dubbi permangono, il mistero non sembra accennare a diradarsi, pur nel succedersi di interviste e pronunciamenti social di chi lascia intendere di avere in mano elementi potenzialmente risolutivi.

Hi, I’m Luca Marrone