Cronaca e True CrimeGiornalismo di inchiesta

Garlasco, i doveri del giornalista e i rischi dell’esposizione mediatica

Scrivo del caso di Garlasco dal marzo 2025 per un quotidiano di inchiesta e di approfondimento, non riconducibile al cosiddetto mainstream, non “generalista” e fortunatamente estraneo ai circuiti “ufficiali”.

Il mio approccio al caso, per quel che può valere, proprio non riesce ad assumere i tratti dell’adesione militante a uno schieramento, le logiche della tifoseria mi sono estranee fin da bambino: alle elementari facevo l’album delle figurine dei calciatori Panini incuriosito dal gioco del calcio in sé, senza riuscire a nutrire un particolare coinvolgimento per una squadra o l’altra. E ora seguo il caso di Garlasco interessato agli sviluppi dell’inchiesta e del circo mediatico che la accompagna perché si tratta di un caso significativo e di un significativo fenomeno sociale.

Certo, non sono mai stato persuaso della condanna inflitta ad Alberto Stasi. Leggendo le sentenze e, per quanto possibile, gli atti giudiziari disponibili, ho personalmente maturato il convincimento che il fidanzato di Chiara Poggi non sia stato condannato “oltre ogni ragionevole dubbio” e, stando così le cose, avrebbe dovuto essere assolto giusto il disposto dell’art. 533, n. 1, c.p.p.

Se poi qualcuno mi chiedesse se io sia incontrovertibilmente certo dell’innocenza di Stasi, cosa potrei rispondere? Ritengo probabile che sia estraneo ai fatti. Ma come faccio a saperlo con certezza assoluta? La mia valutazione si basa sulle sole risultanze processuali e scaturisce da qualche cauta valutazione criminologico-forense della scena del crimine.

Per quanto riguarda Andrea Sempio, l’attuale indagato: cosa penso della sua possibile colpevolezza? Anche in questo caso, dovrei rispondere chiedendo: come faccio a saperlo? Posso tentare di valutare – ancora una volta, cercando il conforto della criminologia e delle scienze forensi – ciò che emerge delle risultanze dall’inchiesta, dalle allegazioni della difesa, da certi singolari retroscena evidenziatisi a livello mediatico, maturando una mia ipotesi, anzi più di una ipotesi. Ma sono consapevole che si tratta di idee basate su una conoscenza parziale e incompleta dei dati disponibili, che potrebbero essere smentite e dunque mi astengo dal condividerle.

Negli articoli in cui mi occupo del caso cerco dunque di dare conto dei miei dubbi, oltre che di tutte le posizioni e i punti di vista: è un preciso dovere giornalistico. Analogamente, ho il preciso dovere di riservare a tutti il massimo rispetto, senza scadere in attacchi personali o imbastire campagne di delegittimazione (cui talvolta sembrano abbandonarsi certi colleghi, anche del cosiddetto mainstream).

Ma a tali doveri si associa il diritto di non essere forzato a sposare una causa o l’altra, di non subire pressioni o intimidazioni, anche indirettamente. Difficile interessarsi al caso senza trovarsi a interagire con qualcuno che vi è coinvolto a vario titolo e che sembra dare per scontato che gli interlocutori aderiscano, sempre e comunque, alla sua visione della faccenda. E quale delusione e disappunto possono giungere a manifestare constatando il contrario. È successo persino a me: sono senza dubbio uno dei cronisti meno noti e influenti tra quelli che trattano la vicenda, eppure so – nel mio piccolo – di aver a mia volta sollevato qualche riserva e scontento con ciò che ho pubblicato. Fisiologici, ineludibili sviluppi, a quanto pare. Ma mi viene comunque da chiedermi: perché mai qualcuno dovrebbe essere infastidito da quello che scrivo sul caso? Non accuso nessuno, non mi produco in invettive varie, non conduco crociate e sono quel che si dice un pesce piccolo. Cerco solo di capire come stanno le cose, un passo alla volta, insieme ai lettori. È del resto appena il caso di ribadire che, come ogni giornalista, ho il diritto a condurre la mia personale ricerca, quali che siano i suoi approdi, che risultino graditi o meno.

E, nel corso della ricerca che ho condotto e continuo a condurre, ho certamente acquisito anch’io elementi idonei a fondare qualche legittima riserva e valutazione critica. Quel che vedo è che sul carrozzone mediatico-giudiziario di Garlasco salgono persone non sempre all’altezza del ruolo che sono chiamati a rivestire o che hanno preteso di rivestire. Persone valide e meno valide, preparate e meno preparate, corrette e meno corrette. Il caotico coacervo di varia umanità che inevitabilmente troviamo dovunque, in qualunque contesto, a qualunque latitudine.

Ma se ho il diritto di maturare opinioni su ogni aspetto del caso – sugli errori investigativi commessi a ridosso del delitto, su chi mente sapendo di mentire, sugli interessi in gioco e sulle strategie messe in atto per difenderli – è mio dovere riferire i soli fatti comprovati di cui sono a conoscenza. Ed è quello che, nei miei limiti, continuo a fare, come tanti colleghi più validi di me.

Alcune persone che sono riuscite a legare il proprio nome alla vicenda, sembrano forse considerare il giornalista interessato all’indagine alla stregua di un addetto stampa preposto a cantare le loro gesta, profondendo incondizionata ammirazione. Se per costoro l’auspicato, unanime e indiscusso consenso continua a latitare, non è colpa dei giornalisti che non si genuflettono. È piuttosto la stessa esposizione mediatica, cui i presenzialisti a oltranza tanto ambiscono, che non perdona: più la si ottiene, più si rischia di apparire per ciò che realmente si è.

Hi, I’m Luca Marrone